Milioni di dati, informazioni e soluzioni sono ormai a portata di mano ogni giorno. Con l’AI possiamo fare letteralmente di tutto: imparare le lingue, avere un avvocato in tasca, scrivere lunghi testi accademici in due minuti e così via.
Ma c’è qualcosa che ho notato durante la mia esperienza con l’intelligenza artificiale.
Senza una comprensione sufficiente di come funziona l’AI e di come sviluppare buoni prompt — cioè il tipo di richiesta che facciamo all’intelligenza artificiale — rischiamo di utilizzarla nel modo sbagliato.
Il problema, infatti, non è necessariamente che l’AI ci renda meno intelligenti. Il problema è che potrebbe diventare un sostituto del nostro ragionamento invece che uno strumento per potenziarlo.
Se l’AI può darci una risposta a quasi tutto, cosa succede alla nostra capacità di arrivare a quella risposta da soli?
Il problema dell’AI non è la tecnologia, ma come la utilizziamo
L’intelligenza artificiale è uno strumento. E come accade con qualsiasi strumento, il suo impatto dipende anche da come decidiamo di utilizzarlo.
Possiamo usare l’AI per velocizzare un’attività che sappiamo già svolgere. Possiamo usarla per confrontare due idee, trovare un punto debole in un ragionamento, esplorare una possibilità che non avevamo considerato o aiutarci a organizzare informazioni complesse.
Ma possiamo anche utilizzarla come una scorciatoia. In questo caso il problema non è la risposta che riceviamo, ma il processo che smettiamo di fare per arrivarci.
Quando la risposta arriva prima del ragionamento
Immaginiamo un bambino che non ha ancora sviluppato una conoscenza sufficiente dell’AI e inizia a interagire con un sistema di intelligenza artificiale.
La prima domanda potrebbe essere semplicissima: “Quanto fa 5 × 5?”
Il sistema risponde immediatamente: 25.
La risposta è corretta. Ma se quel bambino si abitua a utilizzare una fonte esterna ogni volta che deve risolvere un problema, il rischio è che inizi a saltare proprio il passaggio più importante: provare a ragionare.
Ovviamente, un singolo utilizzo dell’AI non cambia il modo in cui una persona pensa. Il punto è l’abitudine.
Se ogni domanda viene trasformata automaticamente in un prompt, potremmo iniziare a considerare il ragionamento come un passaggio non necessario.
E noi adulti facciamo davvero qualcosa di diverso?
Probabilmente non sempre.
Chiediamo all’AI di scrivere una mail prima ancora di aver deciso cosa vogliamo dire. Le chiediamo di riassumere un documento prima di averlo letto. Le chiediamo di generare idee prima di aver provato a svilupparne una nostra.
E spesso non c’è nulla di sbagliato in questo. Il problema nasce quando la tecnologia smette di essere un supporto e diventa il primo passaggio del nostro processo mentale.
In altre parole: non utilizziamo più l’AI dopo aver pensato. Pensiamo attraverso l’AI.
La vera differenza non è tra chi usa l’AI e chi non la usa. È tra chi la utilizza per sostituire il proprio ragionamento e chi la utilizza per renderlo più efficace.
L’AI come sostituto o come amplificatore?
Possiamo immaginare due approcci molto diversi.
AI come sostituto
Problema → prompt → risposta → fine.
In questo scenario l’utente delega all’AI non soltanto l’elaborazione della risposta, ma anche buona parte del processo che dovrebbe portarlo a formulare e valutare quella risposta.
AI come amplificatore
Problema → ragionamento → prompt → confronto → correzione → soluzione migliore.
Qui l’AI diventa uno strumento con cui confrontarsi. Può mettere alla prova un’idea, evidenziare un errore, proporre un’alternativa o aiutare a sviluppare qualcosa che abbiamo già iniziato a costruire.
La differenza può sembrare sottile, ma cambia completamente il ruolo della tecnologia.
Non dobbiamo sapere tutto. Dobbiamo sapere cosa chiedere.
Uno dei paradossi dell’AI è che più informazioni abbiamo a disposizione, più diventa importante saper formulare una buona domanda.
Un prompt non è soltanto una frase da scrivere dentro una casella di testo. Per ottenere una risposta utile dobbiamo capire almeno in parte il problema che stiamo cercando di risolvere.
Dobbiamo sapere quali informazioni fornire, quale risultato vogliamo ottenere e, soprattutto, se la risposta che riceviamo ha senso.
Questo significa che conoscere l’argomento rimane importante. L’AI può generare una risposta, ma siamo noi a dover decidere se quella risposta è corretta, utile e adatta al contesto.
Quindi, abbiamo davvero bisogno dell’AI?
La risposta, probabilmente, è sì. Ma la domanda potrebbe essere formulata meglio.
Non dovremmo chiederci soltanto se abbiamo bisogno dell’intelligenza artificiale. Dovremmo chiederci per cosa vogliamo utilizzarla.
Se la utilizziamo per evitare di pensare, rischiamo di delegare una parte sempre maggiore del processo decisionale a uno strumento esterno.
Se invece la utilizziamo per mettere alla prova le nostre idee, aumentare le nostre capacità, analizzare più informazioni e lavorare più velocemente, il suo valore cambia completamente.
Forse quindi non dobbiamo scegliere tra “usare l’AI” e “non usare l’AI”.
Dobbiamo imparare a utilizzarla senza dimenticare come si arriva a una risposta anche quando l’AI non è lì per darcela.
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